ANATROCCOLI O CIGNI?

La favola del brutto anatroccolo è considerata per eccellenza la fiaba sulla diversità.

E’ una fiaba molto conosciuta, tanto che l’espressione “brutto anatroccolo” è entrata nel linguaggio comune per indicare un individuo che si crede inadeguato o goffo, peggiore rispetto al gruppo di appartenenza.

Viene considerata una metafora delle difficoltà che spesso i bambini affrontano durante la loro crescita. Viene loro spesso narrata, poiché si ritiene utile da un punto di vista psicologico, al fine di potenziare l’autostima e far loro accettare eventuali differenze che li dividono dagli altri; o addirittura, essere fieri di tali differenze, che potrebbero in realtà rivelarsi un dono.

Scritta da Andersen presenta notevoli spunti autobiografici : lui il primo dei brutti anatroccoli, sublima attraverso la stesura di questa opera, l’ essersi sentito prima un bambino poi un ragazzo diverso ed emarginato, a causa delle prime manifestazioni e dalla nascente autoconsapevolezza della sua omosessualità.

Il brutto anatroccolo nasce all’interno di una famiglia normale. Sin dall’inizio però la sua vita comincia con una demarcazione di inferiorità e di svantaggio : è l’uovo all’interno di una nidiata di anatroccoli che si rompe per ultimo. Con il dischiudersi del guscio si evince la sua natura : anziché essere come tutti gli altri bianco e quindi bello, lui nasce grigio, grande e goffo nei movimenti. Sin dalla nascita si sente inadeguato e lasciato in disparte. Desidera diventare come gli altri, essere come gli altri, essere normale, ma non può riuscirci completamente, perché è diverso.

L’ambiente intorno a lui non funge da sostegno, al contrario lo pone in una situazione di svantaggio.

Tutti lo deridono, facendolo sentire inadeguato. Anche il rapporto con la madre non è completamente positivo ed accogliente. Non si sente amato completamente.

L’atteggiamento della genitrice è ambivalente, presenta degli aspetti positivi ma anche negativi: se, infatti, da una parte la madre non rifiuta il figlio, vedendo in lui del potenziale (che in effetti si realizzerà alla fine della storia), dall’altra non lo accetta completamente, vivendo nella speranza che possa cambiare.

Allora la reazione che il brutto anatroccolo prova, così come quella di tanti figli reali nella stessa condizione, è quella di pensare, di immaginare di essere capitati nella famiglia sbagliata, fantasticando sull’appartenere ad altra famiglia che sarebbe stata senz’altro migliore, più buona, amorevole, tollerante e accogliente.

Oppure si può arrivare alla conclusione, più o meno consapevolmente, che la propria sofferenza, il proprio dolore, sia causato da una famiglia poco empatica, amorevole ed accogliente. Di essere stati sfortunati ad avere proprio qui genitori.

L’amore genitoriale non dovrebbe pretendere che i nostri cari siano a nostra immagine e somiglianza, né che i nostri figli corrispondano all’immagine ideale che ci siamo costruiti prima che nascessero. L’amore non impone a nessuno di adeguarsi a uno standard riconosciuto dalle leggi di una casta chiusa, non esige nulla per sé, ma si esplica nell’accettazione dell’altro, desiderando la sua felicità.

Ogni bambino ha una percezione di sé strettamente collegata a come si sente considerato dai propri genitori. Se i genitori hanno scarse aspettative nei suoi confronti, il bambino crederà di non valere. L’autostima sarà minata, così come sarà compromessa la motivazione a riuscire e a realizzare i propri progetti. Aspettative elevate dei genitori possono favorire nei figli una autostima oltre la normalità che influenza negativamente la percezione della realtà. Con questo carico sulle spalle il raggiungimento del successo sarà facilmente solo idealizzato e non reale. In una simile condizione un individuo sarà più incline a fenomeni depressivi (quando si accorge che la realtà è spesso lontana dal desiderio e dall'illusione) e troverà difficoltoso l'inserimento nei contesti della società.

Una circolarità di affetto dentro la famiglia è molto importante per la crescita dei bambini. I genitori devono essere disponibili e non anteporre le loro esigenze a quelle dei bambini. E’ importante essere affettuosi, accoglienti e saper giocare con i propri figli. I bambini che vivono questo calore consolidano il legame con la famiglia, sono più inclini a comportarsi bene, ascoltano i consigli, stimano i genitori e, di conseguenza, hanno una propria autostima. Il calore ricevuto tende sempre a replicarsi, questi bambini sono socievoli con gli altri, sensibili, empatici e da adulti saranno a loro volta genitori affettuosi.

Ritornando alla favola il nostro anatroccolo passerà il primo periodo della sua vita nella sofferenza, subendo la derisione, lo scherno e la violenza da parte dei fratelli, dei cugini e degli altri animali. La sua diversità sarà ridicolizzata dal chiuso mondo circostante, che pretende l’omologazione e che non ammette confronti con il diverso.

Stanco e disperato per questa sua situazione un giorno deciderà di lasciare la famiglia e di scappare via, lontano.

Così in questo viaggio, che rappresenta il percorso della ricerca del proprio Sé e della costruzione della propria identità, un giorno finalmente il brutto anatroccolo, arriva in uno stagno dove degli splendidi cigni stavano nuotando. Incantato dalla loro bellezza si ferma a guardarli, i cigni lo accolgono e solo quando vede il suo riflesso nell’acqua si rende conto di essere anche lui un cigno bellissimo.

Questo passaggio rappresenta l’accettazione consapevole del proprio essere, della propria identità, non omologabile: il brutto anatroccolo ora è pronto per la trasformazione e quindi, si accorge di essere egli stesso un cigno.

A questo punto come per magia si rende conto che viene accettato dal gruppo, ed è considerato e ammirato parte integrante di esso solo per ciò che é.

Soltanto dopo aver completato il processo d’individuazione l’individuo trova i suoi simili, diviene membro di un gruppo da cui essere completamente accettato e voluto.

Solo dopo aver completato il percorso della presa di consapevolezza, accettazione ed amore per sé stessi, solo allora anche l’ambiente esterno ricambierà gli stessi sentimenti positivi.

La favola narra simbolicamente il percorso che l’essere umano, che ciascun essere umano, deve compiere per integrare la propria storia, il proprio carattere, la propria singolarità. In un secondo momento indica come contattare e identificarsi con il Sé e realizzare il proprio progetto personale.

Quello illustrato è certamente un percorso pieno di ostacoli, conflitti, scontri, ambivalenze, sfiducie e rinunce che a tratti ci portano verso il rischio di rinunciare a se stessi, per la strada più semplice dell’omologazione con gli altri. Ma è contemporaneamente anche l’unico viaggio per trovare il proprio Sé e questo cammino di ricerca e di accettazione del proprio sé è un fatto esclusivamente personale.


La diversità 
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